Progetto del blog

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Se ho pensato di raccontare della mia esperienza lavorativa non è perché la ritengo rilevante in sé e per sé, ma perché credo che in tutte le esperienze individuali possa esserci qualcosa di comune e che, condividendo questo qualcosa, le esperienze e le idee possano migliorarsi e diffondersi, per il bene comune.

Quindi, condivido la mia esperienza affinché possa essere arricchita da nuovi spunti o diverse visioni degli stessi spunti.

Le mie riflessioni sono tratte anche dalla lettura di tanti libri e in particolare di autori come Hellinger, Hillman, Ulsamer, Krishnamurti, Osho, Wilber, Assagioli, Ferrucci, Castaneda, Juul e tutti coloro che in un modo o nell’altro raccontano dell’anima e dell’incontro con quello che in psicologia viene chiamato “il nostro vero sè”.

Quando vogliamo aiutare qualcuno, perché ci viene chiesto e lo accettiamo, è importante diventare consapevoli che non siamo un foglio oggettivamente bianco per chi ci sta difronte; non siamo neutri nella relazione. Dobbiamo essere consapevoli che non possiamo e non dobbiamo aiutare l’altro a tutti i costi e, soprattutto, non possiamo sapere in anticipo quale sarà la soluzione migliore per quella persona. Possiamo aiutarla a trovare la soluzione che quella persona sceglierà come giusta per sé, utilizzando gli strumenti idonei.

In ogni relazione, in qualche modo, ciò che l’altro pensa o fa dipende anche dal nostro modo di interagire; non siamo mai neutri rispetto ai pensieri ed alle azioni dell’altro; interagiamo nella relazione modificandola, anche se spesso inconsapevolmente.

Quindi, è importante incominciare a rivolgere l’attenzione a noi stessi, a come reagiamo e a come stiamo in presenza di determinate situazioni di conflitto che i nostri clienti portano, perché il nostro modo di reagire al conflitto e ciò che la situazione evoca in noi, influirà sicuramente quella relazione ed anche lo sviluppo della pratica o della vertenza processuale.

Francesca Todeschini

Il Counselor

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Il Counselor è colui che sa osservare e ascoltare, con empatica autenticità, il disagio altrui accompagnando il cliente nel percorso di conoscenza di sé e nel riconoscimento e risveglio delle risorse personali che ciascuno ha già dentro di sé.
Counseling significa consigliare ? Non propriamente. La parola counselor deriva sì dall’inglese to counsel che, letteralmente, significa consigliare, ma la matrice è quella latina. Il verbo consulere, infatti, si traduce letteralmente con ‘avere cura, prestare aiuto’, mentre tra i significati di consulo si trova ‘sollevare, alzare’. Si tratta, quindi, di un prestare aiuto in una accezione specifica: prestare aiuto insieme, affinché il cliente possa sviluppare e rinvenire dentro di sé i personali strumenti atti all’autosostenersi, per sollevarsi dalla sua condizione di conflitto o disagio, utilizzando i propri talenti e potenzialità inespressi. Carl Rogers, negli anni cinquanta, fu il primo ad utilizzare il termine counseling per indicare una relazione cliente-professionista nella quale il cliente è assistito nelle proprie difficoltà, senza rinunciare alla libertà di scelta ed alla propria responsabilità. Scrive Rollo May, uno dei fondatori della psicologia umanistica, psicologo e counselor: “non ho mai avuto a che fare con un cliente nella cui difficoltà non abbia riconosciuto, almeno in potenza, me stesso”.
Il counselor, quindi, non è un professionista che spoglia il cliente delle sue qualità individuali, perché sa che si possono mostrare come risorse; che non rende le sue manifestazioni caratteriali patologiche e non lo medicalizza, ma collabora con lui affinché, insieme, si possa giungere ad uno stato di benessere maggiore. In altre parole, quindi, il counseling promuove il benessere del singolo e dei gruppi.
Professione riconosciuta con legge n. 4 del 14 gennaio 2013.

Francesca Todeschini

La Mediazione Familiare

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La Mediazione risponde al conflitto di due o più parti attraverso la neutralità di un terzo “il mediatore” per la ridefinizione di problemi cruciali che spesso derivano da difficoltà personali che non si conciliano nel sistema della coppia e/o della famiglia.
La Mediazione Familiare ha come scopo quello di permettere ai genitori separati di rispondere, al conflitto coniugale e alla relazione con i figli, con le proprie responsabilità, in uno spazio di comprensione umana, come è dettato dalla legge sull’affidamento congiunto.
Attraverso la Mediazione Familiare si arriva a restituire una comunicazione che aiuta la coppia ad una presa di coscienza e di responsabilità, elaborando il dolore relegato sullo sfondo. Si individuano e si onorano le risorse individuali per sviluppare accordi soddisfacenti per un nuovo equilibrio del sistema familiare non più centrato sulla coppia ma sulla genitorialità.
Sonia Falteri

Riflessioni sulla relazione

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Quanto e in che modo contribuiamo a rendere equilibrate le nostre relazioni ?

Non intendo dire che una relazione dovrebbe sempre essere “equilibrata”; né voglio creare una separazione tra relazioni equilibrate e relazioni non equilibrate, tra giusto e sbagliato o tra bene e male. Il non equilibrio e l’equilibrio fanno entrambi parte di una relazione. L’unità dei poli opposti consente alla relazione di fluire.

Nella ricerca di una relazione che fa stare bene, quali parti di noi mettiamo in gioco ? Quali sono per noi gli ingredienti più importanti ? Cosa siamo disposti a dare e cosa siamo disposti a ricevere ?

Quando ci sentiamo soffocati a stare dentro la relazione è perché pensiamo di dare troppo. Ci siamo mai fermati a chiedere che tipo di relazione siamo disposti a costruire, cosa vogliamo veramente e cosa siamo disposti a fare per ottenerlo ? L’abbiamo mai chiesto a noi stessi ed esplicitato all’altro ? Quante volte diciamo sì, invece di dire no, e viceversa ?

Prendere consapevolezza di quanto “il non detto” influenza la relazione con noi e con l’altro è il primo passo verso la relazione. Le risposte sono dentro di noi, rimosse da abitudini, giudizi, pregiudizi, automatismi e aspettative.

Hellinger sostiene che “se in una relazione, qualsiasi essa sia, diamo più di quanto l’altro sia disposto a ricevere o pretendiamo di ricevere più di quanto l’altro sia disposto a dare la relazione ad un certo punto finisce”.

Nei momenti di rottura riteniamo che l’altro sia l’unico responsabile del nostro soffrire. Di conseguenza i processi sono inevitabili e, soprattutto, durano di più e con maggiore conflittualità e sofferenza per tutti, figli compresi.

L’attività di counseling può aiutare le persone a prendere consapevolezza ciascuno della parte messa nella relazione e di quanto l’altro sia lo specchio di ciò che non vogliamo vedere in noi stessi. Il conflitto non è la causa della sofferenza, ma il modo di approcciare a ciò che ci accade.

Spesso comunicazione verbale e non verbale non coincidono. Mentre l’avvocato guarda alla domanda del cliente, il counselor osserva la comunicazione incongruente e può intervenire in aiuto per comprendere meglio la richiesta.

Troppo spesso non sappiamo cosa vogliamo, oppure abbiamo troppa paura di sceglierlo. Esserne consapevoli con il cuore, e non con la mente, è un grande passo verso noi stessi e verso la risoluzione dei conflitti.

Francesca Todeschini